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giovedì 19 dicembre 2013

Tanta amarezza.

Questa è una delle puntate di Presa Diretta che, con le dovute attenzioni, rende abbastanza bee l'idea dello stato in cui versa il Paese. E' una puntata datata, risale al gennaio 2012, ma a mio modesto parere le conclusioni valgono e purtroppo, se non ci sarà un cambio radicale di mentalità (o di sistema?!) varranno ancora per molto.

E mi chiedo perchè da ing. ambientale devo guardare a Paesi come Inghilterra, Germania, nord Europa per cercare lavoro. Tanta amarezza.




sabato 9 novembre 2013

Update on Maldives


Continuando a curiosare qui e là ho trovato questo interessante documentario intitolato “THILAFUSHI GON'DUDHOH, waste final destination in Maldives”, presentato a CINEMAMBIENTE2013 in occasione del 16° Environmental Film Festival che si è tenuto a Torino dal 27 maggio al 5 giugno 2013. Il documentario di Roberto Carini e Giulio Pedretti dura 14 minuti e consiglio a tutti di guardarlo.
Roberto Carini ha lavorato come video editor, video operator, e postproduzione di film-documentari. È un membro di Shantimedia. Giulio Pedretti ha fondato l’associazione Azul e lo studio associato Shantimedia nel 2009 per la produzione di video e documentari.

Al documentario ha collaborato anche Paolo Galli, ricercatore confermato presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca e direttore del laboratorio di ricerca internazionale delle Maldive. Sì, perché proprio l’Università degli Studi di Milano-Bicocca ha avviato ad inizio gennaio 2013 presso l’atollo di Faafu, nell’arcipelago delle Maldive il programma “Benefici dall’uso delle rinnovabili”. Tale progetto, della durata di un anno per un costo complessivo di 201 mila€ (sostenuto da Caritas Italia per 150 mila€) si basa su tre principali pilastri:
 riduzione della dipendenza da combustibile fossile, diminuzione del degrado ambientale, e maggiore autosufficienza energetica soprattutto alle isole più remote.

Per tutti i dettagli del progetto si consulti questo link.

Un paio di considerazioni:
  • Paolo Galli nel video dice: “le soluzioni che si possono immaginare sono quelle di gestire al meglio l’isola di Thilafushi quindi di fornirla di tutta la tecnologia necessaria a far sì che si possa bruciare in modo adeguato, con dei filtri, che ci siano delle strutture di contenimento dei rifiuti o forse, ancora prima sarebbe meglio ridurre la quantità di rifiuti (ridurre gli imballaggi che vengono utilizzati per conservare e trasportare il cibo, mettere l’acqua nelle bottiglie di vetro e non usare la plastica). Quindi sono una serie di cose che sommate insieme sono in grado di ridurre notevolmente il problema. E quindi trovare una soluzione in tempi brevi è facile”. […] “Essere consapevoli del problema. Se si è consapevoli, si vede il  problema e si trova la soluzione, se invece si usa la strategia della negazione e il problema non esiste, il problema continuerà a non esistere e poi potrà soltanto esplodere tra le mani della popolazione locale. Io credo quindi che popolazione locale, tour operator e ricercatori di tutto il mondo possano riunirsi assieme per risolvere il più velocemente possibile il problema”.

    Speriamo allora che la cooperazione che si augura Galli arrivi in fretta perché già il danno è fatto e comunque su Thilafushi arrivano quotidianamente 330 tonnellate di rifiuti (di tutti i tipi).

  • Per quanto riguarda progetti focalizzati più sul waste management, che sull’efficienza energetica e le risorse rinnovabili, sul sito della World Bank ho trovato la descrizione dell’ Ari Atoll Solid Waste Management Project, progetto avente l’obiettivo di formare capacità tecniche e risorse umane per gestire efficacemente i rifiuti solidi generati in determinate isole dell’atollo di Ari, così da ridurre i rischi per l’habitat marino e le emissioni di GHG (GreenHouse Gases).
  •  
  • L'ultima considerazione che parla da sola:
    la parola locale in maldiviano per spiaggia è GON’DUDHOH (come il titolo del documentario) che significa letteralmente “discarica”.

That’s it.    (at this moment)

giovedì 24 ottobre 2013

to be continued...

...giusto perchè ieri mi ero focalizzata sulle Maldive, qui rimango...
3 mesi dopo gli articoli del gennaio 2009 (linkati nel post di ieri), The Guardian, ha pubblicato un altro
articolo:

In tale articolo viene riportato come il presidente delle Maldive, Mohamed Nasheed, abbia annunciato il target "carbon neutral" (traducibile in "zero emissioni") entro il 2020. L'obiettivo, a quanto si legge, verrà perseguito eliminado su tutto il territorio delle Maldive, l'uso dei  combustibili fossili e promuovendo a tappeto l'utilizzo delle risorse rinnovabili, quali turbine eoliche, pannelli solari, combustione biomasse (come le bucce dei cocchi, facilmente reperibili in loco).

Tutto questo non solo per le case, gli edifici e tutte le attività home, ma anche per i mezzi di trasporto (dalle auto alle barche), che, a quanto è scritto, verranno gradualmente sostituiti con versioni elettriche.

Ma le mie domande ora sono:

1) a che punto è questo piano di "carbon neutral" presentato nel 2009 by 2020?
2) ma... per quanto riguarda i rifiuti invece?!? Se, stando a quelle che sono le previsioni legate al climate change, le Maldive verranno sommerse, dove andrà a finire tutta quella spazzatura (tossica-nociva-pericolosa e non)?

to be continued...


NB: per approfondimenti si legga anche questo interessante articolo pubblicato sul sito climateactionprogramme.org.
Climate Action con headquarter a Londra, lavora in partnership con UNEP - United Nations Environment Programme (UNEP), il più eminente organo per la tutela e la gestione ambientale a livello globale.

mercoledì 23 ottobre 2013

No More Paradise: Maldives

Lunedì sera, Rai5, sento la parola Maldive e mi dico, bè, ottimo! ora mi guardo questo bel documentario (anche se volgeva verso la fine) che mi possa far sognare per qualche istante con le spettacolari immagini di questi atolli nell'oceano Indiano... ma... mi ritrovo con enorme stupore, tristezza e rabbia a prendere coscienza di come anche le Maldive (nell'immaginario collettivo le potrei definirle un "paradiso vergine ed incontaminato") siano catastroficamente nel più profondo degrado ambientale.

Meno di dieci minuti di documentario, ma sono sufficienti per farmi fare una ricerca sul web.

Leggo che i primi a dare l’allarme sono stati il quotidiano inglese The Guardian (e qui confermo la mia idea che ambientalmente gli inglesi sono avanti anni-luce sull'attenzione all'ambiente) e le campagne di sensibilizzazione promosse dall’ONG locale Blue Peace che, dopo anni di silenzio, hanno portato alla luce questo fatto più che preoccupante.

Sul sito del quotidiano inglese trovo un articolo risalente ai primi giorni del 2009 ed un fotoracconto dello stesso periodo.

Per inquadrare il fenomeno fornisco due numeri:
Maldive = arcipelago di 1.192 isole nell'oceano Indiano, raggruppate in 26 atolli.
Popolazione delle Maldive = 270.000 abitanti ma il turismo ogni anno fa sì che altre 650.000 persone vivano le isole (dato dell'anno 2008).

Il risultato è che più di 300 tonnellate di spazzatura al giorno si riversano su quella che è diventata l'isola-pattumiera, Thilafushi. La maggior parte di tali rifiuti proviene da Malè (capitale della Repubblica delle Maldive), una delle città a più alta densità abitativa (Wikipedia fornisce un numero come 18.000 ab/km2) (o_0). Thilafushi, un'isola di circa 150 ettari (dato 2009) che si stima cresca di un metro quadrato per giorno.

Il documentario mostra bene come rimanga ben nascosta agli occhi dei turisti e di chiunque si trovi su qualsiasi altra isola dell'arcipelago; forse guardando bene con molta attenzione, qualche nuvoletta di fumo talvolta si scorge in lontananza, ma raramente.
Nuvola di fumo, bè, perchè ovviamente oltre ai rifiuti che finiscono direttamente in mare, ci sono anche quelli che vengono bruciati direttamente e quelli che filtrano attraverso la sabbia su cui si trovano.

Vent'anni fa le Maldive erano incontaminate. Nel 1992 si è registrato il primo trasporto di spazzatura a Thilafushi ed ad oggi la situazione è catastrofica.


Visione dall'alto di un atollo delle Maldive

[immagine presa dal sito girovagate.com]


Thilafushi - vista aerea
(con i cumuli di rifiuti che visibilmente bruciano)


[immagine presa dal sito freeforumzone.leonardo.it] 
 

Qui la parola "sostenibilità" non ha più peso, è qualcosa di più grosso, si sta distruggendo lo stesso suolo, lo stesso terreno che ci dà da mangiare.
Così non si può continuare.


Per chi volesse rivedere il documentario su Rai5, questo è il link a Rai Replay. 
INDIAN OCEAN - 21/10/2013 - durata 1:02:48