mercoledì 23 ottobre 2013

Gianni Rodari

Oggi, 93 anni fa, nasceva ad Omegna, cittadina sul lago d'Orta (Piemonte), Gianni Rodari. Senza bisogno di molte presentazioni, Rodari è stato per tutti (o quasi) un compagno d'infanzia attraverso i suoi libri fantastici, e lo vorrei ricordare con una storiella pubblicata ne "Il libro degli errori" (prima edizione 1964).
Nella prefazione a questo libro Rodari scrive:  

"[...] ...il mondo sarebbe bellissimo, se ci fossero solo i bambini a sbagliare. Tra noi padri possiamo dircelo. Ma non è male che anche i ragazzi lo sappiano.
E per una volta permettete che un libro per ragazzi sia dedicato ai padri di famiglia, e anche alle madri, s’intende, e anche ai maestri di scuola: a quelli insomma che hanno la terribile responsabilità di correggere - senza sbagliare - i più piccoli e innocui errori del nostro pianeta."

La storiella, che ho trascritto qui sotto, si chiama "La bora e il ragioniere".

Buona lettura!


Gianni Rodari, "Il libro degli errori", ed. Einaudi - «Gli Struzzi»


"La bora e il ragioniere"


È facile incontrare a Trieste, negli uffici delle compagnie di navigazione, certi signori piccoli e secchi che passano la vita a incolonnare cifre e a tenere in ordine la corrispondenza con Nuova York, Sidney, Liverpool, Odessa, Singapore. Gli si può rivolgere la parola in cinque o sei lingue a scelta – l’italiano, il tedesco, l’inglese, lo sloveno, il croato, l’ungherese — e loro saltano da una lingua all’altra con la facilità con cui un uccellino salta da un ramo all’altro del suo stesso albero. Hanno mogli alte, bionde, bellissime, perché a Trieste le donne sono tutte belle. Hanno figli alti e robusti che vanno in palestra, sono campioni di canottaggio, studiano fisica nucleare, eccetera. Ma loro sono piccoli e secchi, chissà perché. Chissà poi se sono proprio tutti piccoli e secchi. Forse li pensiamo così perché ci ricordiamo del ragionier Francesco Giuseppe Franza, il famoso ragionier Franza, che la bora — quando soffiava più forte — se lo portava via.
La bora, quel gran vento di Trieste più impetuoso e veloce di un treno rapido in piena corsa.
E Francesco Giuseppe. (A proposito, non l’avevano mica chiamato così in onore del vecchio imperatore d’Austria, ma perché aveva un nonno che si chiamava Francesco e un altro che si chiamava Giuseppe). Dunque questo signore, quando era un bambino e andava a scuola, pesava sì e no quanto un gatto. Nei giorni di bora, prima di mandarlo in giro nel vasto mondo, la mamma gli faceva mille raccomandazioni e gli metteva un mattone nella cartella, perché il vento non se lo portasse via, chissà dove.
Una mattina del 1915 lo scolaro più leggero di Trieste se ne andava per l’appunto a scuola, carico di libri e di mattoni, quando un gendarme austriaco gli puntò addosso un dito minaccioso, accusandolo di manifestazione sovversiva. Francesco Giuseppe aveva indosso un cappotto verde, una sciarpa rossa e un berretto di lana bianca, e se ne andava per la strada, tutto solo, come una bandierina italiana scappata da un cassetto per turbare l’ordine pubblico dell’Impero Austro Ungarico.
Francesco Giuseppe portava già allora gli occhiali, perché era un po’ miope, ma il dito di un gendarme sapeva distinguerlo tra migliaia di dita.
Per lo spavento mollò ad un tratto la cartella. Se un pallone aerostatico avesse mollato tutto in una volta gli ormeggi e la zavorra non si sarebbe sollevato più rapidamente. Privo dei prudenti contrappesi materni, Francesco Giuseppe si taccò dal suolo e la bora lo soffiò in alto come una piuma.
Un istante dopo la piccola bandiera italiana sventolava aggrappata alla cima di un lampione.
— Scendi! — gridava l’Impero Austro Ungarico.
— Non posso — esclamava Francesco Giuseppe.
Non poteva. È difficile arrampicarsi in salita, ma arrampicarsi in discesa, col vento contrario, può essere anche più difficile.
Una piccola folla si raccolse ben presto nelle vicinanze e molti buoni triestini fingevano allegramente di sgridare il perturbatore della quiete.
— Monellaccio, ubbidisci alla signora guardia.
— Eh! I ragazzi d’oggi, non hanno più rispetto per le autorità.
Il gendarme si allontanò in cerca di rinforzi. Un salumiere uscì dalla sua bottega con una scala, un facchino del porto salì a prendere Francesco Giuseppe e lo portò giù di peso. Il ragazzo raccattò la cartella e corse via, accompagnato da applausi e risate.
Passarono gli anni, i lustri e i decenni. Francesco Giuseppe era diventato un impiegato modello, incolonnava cifre, scriveva lettere a Bangkok, accompagnava la sua bellissima signora ai concerti e i suoi figli in palestra. Ma nei giorni di bora, un po’ sul serio, un po’ per nostalgia della mamma, metteva ancora nella sua cartella quel vecchio mattone, sempre quello.
Una mattina del 1957 — una mattina di bora — un cane lo urtò mentre camminava a fatica, controvento. La cartella gli cadde su un piede. Dentro c’era il mattone, ma il ragionier Francesco Giuseppe non fece in tempo a provare dolore, perché già volava via, già scavalcava i tetti dei magazzini, il fumo dei rimorchiatori, i mercantili all’àncora nel porto, per finire aggrappato al fumaiolo di una nave in partenza per l’Australia.
A scendere non s’arrischiava, per aria non guardava nessuno. Lo scopersero, stanco e affamato, quando già la nave lasciava le acque dell’Adriatico per quelle dello Jonio.
— Capitano, un clandestino!
— Perbacco, dovremo portarcelo fino ad Alessandria d’Egitto… non possiamo mica tornare indietro per lui.
Il ragionier Francesco Giuseppe, sulle prime, si ribellò alla qualifica di «clandestino». Parlò della bora, del mattone e del cane, ma quando si accorse che il capitano era disposto a cambiare parere solo per considerarlo uno squilibrato, tacque del tutto.
Da Alessandria telegrafò alla famiglia e alla compagnia e si fece rimpatriare.
Naturalmente, nemmeno a Trieste gli credettero.
— Portato via dalla bora? Ma fate il piacere. Ditemi che un asino ha volato, piuttosto, e ci crederò.
— Rifacciamo l’esperimento, — proponeva il ragioniere. — Vi mostrerò com’è accaduto.
Quando la sua signora gli propose, invece, di farsi visitare da un dottore, decise di non insistere più per essere creduto.
— Pazienza, — si disse. — Peggio per loro. Sarà il mio segreto.
E lo è ancora. Ogni volta che arriva la bora, Francesco Giuseppe fa così: lascia passare un giorno o due senza far nulla di strano, perché nessuno s’insospettirebbe, poi chiede un pomeriggio di permesso, va sulle colline e vola.
E per volare, ecco come fa: si riempie le tasche di sassi, si lega una fune alla vita e attacca la fune a un albero; poi getta pian piano la zavorra e si solleva, si innalza fin dove la fune glielo permette, e rimane lassù tutto il tempo che gli piace, se la bora non cessa. Che fa lassù?
Si guarda intorno, si diverte ad incuriosire gli uccelli, qualche volta apre un libro e legge. Di preferenza legge le poesie di Umberto Saba, un grande poeta triestino morto pochi anni or sono. Forse la cosa vi stupirà, ma non dovrebbe. Perché un ragioniere non dovrebbe amare le poesie? Perché un uomo comune, uguale a tanti altri, non dovrebbe avere un suo prezioso segreto?
Non giudicare mai gli uomini dal loro aspetto, dalla loro professione, dallo stato della loro giacca. Ogni uomo può fare cose straordinarie: molti non le fanno soltanto perché non sanno di poterle fare, o perché non sanno liberarsi in tempo del loro mattone.



La Bora a Trieste

[immagine presa dal sito classmeteo.it]

Nessun commento: